Articoli di Giovanni Papini

1904


Lo scandalo della miseria

Pubblicato su: Il Regno, anno I, fasc. 25, pp. 2-3
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Data: 15 maggio 1904




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   Nunzio Nasi è scomparso, come un cassiere da commedia — la pubblica morale s'è sfogata con le sue gravi parole, come sempre — la bestia demagogica ha fatto dello scandalo ariete contro la borghesia — la giustizia togata si prepara fra i documenti e gli allegati ai suoi vani e tardi giudizi. Noi non possiamo né vogliamo fare nè della cronaca, né dell'oratoria, nè del pettegolezzo, né delle sentenze. Vogliamo trarre da ogni fatto, e da ogni parola che s'aggrumi attorno ai fatti, delle lezioni. Non siamo, come tutti gli italiani ormai, dei giudicanti ma dei discepoli. Ci siamo messi a scuola dalle cose.
   Quello che s'è convenuto di chiamare lo scandalo Nasi é una eccellente occasione per trarre degli insegnamenti; insegnamenti non in tutto piacevoli, ma neanche del tutto tristi, per chi sappia vedere il ghigno delle cose, che non é meno grottesco di quello di Jonathan Swift. E noi siamo degli scolari che si vogliono divertire, quando imparano.
   Ci sono nella vita di ogni giorno di un popolo tante spie che ci concedono di vedere i corpi sotto gli abiti, le cose sotto le parole, le leggi eterne sotto gli scambietti momentanei. Lo scandalo Nasi é una di queste spie, dolorosa e ironica spia della povertà e piccolezza della vita italiana presente
   Gli uomini d'Italia sono miseri e piccioletti, la folla d'Italia é piccola e misera; ecco quello che noi vediamo attraverso la Relazione dell'on. Saporito, al di là della Relazione dei Cinque, al di sopra dei commenti subdoli o acerbi delle gazzette.
   Piccolezza dell'uomo prima di tutto — decadenza del tipo conquistatore. Nunzio Nasi è stato veramente uno degli esemplari più normali dell'arrivista meridionale, qualcosa tra l'uomo feudale inurbatosi e l'esuberante Numa Roumestan. Avvocato ingegnoso, sempre all'agguato della popolarità, seguito da vassalli e bravi fedeli nella sua città, protetto da ministri e da presidenti di ministri alla capitale, gran discorritore, uomo di promesse e di parole piacevoli, arriva, giovanissimo ancora, a un ministero.
   Questo ministero egli l'ha sognato forse fino dall'adolescenza e l'ha conquistato a forza d'inchini e d'intrighi, di giuramenti e di trattati. Quando vi entra egli sente ch'è suo, che l'ha tanto voluto e desiderato; che ci ha lavorato così attorno, che veramente può farne ciò che vuole e usarne come gli pare.
   Allora in questo avvocato di provincia si risvegliano gli istinti degli antichi condottieri o dei recenti masnadieri. E gli pare d'essere entrato in una città conquistata, in una villa assalita. Dopo l'assalto è venuto il momento del saccheggio — dopo l'aggressione il momento del comando. E Nunzio Nasi saccheggia e domina in quella Minerva, ch'è per lui ciò che una città lungamente cinta d'assedio era per una banda di ventura, ciò che un castello era per un qualche antenato di Carlo Moor. Il brigantaggio siciliano s'é messo i guanti e la marsina, ha convertito il classico trombone nella penna e nella parola, e invece di svaligiare le corriere per le foreste deruba un popolo intero nella pace di un gabinetto.
   Comincia allora l'opera tradizionale del conquistatore — l'isolamento, l'accentramento e la distribuzione delle prede ai seguaci. Nunzio Nasi si chiude nelle sue stanze e vuol rimanere ascoso ai suoi impiegati come un sultano d'Oriente — nessuno deve vederlo in viso, nessuno deve aver che fare direttamente con lui.
   Però tutto vuol far lui, tutto deve passare dalle sue mani. Egli sopprime le direzioni generali, rende inutile il sottosegretario, allontana i funzionari che non gli piacciono. Fa intorno a sé il vuoto e tutto raccoglie in sè, per avere la potenza più completa, per godere più liberamente del suo trionfo. Ha bisogno però di aiutanti fidi, sicuri, di quei buoni marescialli di campo e vassalli leali, che seguivano sempre, nei tempi passati, le fortune dei cercatori di terre.
   Anche Nasi ha il suo stato maggiore: il cav. Lombardo è il suo maestro di palazzo, è il ministro di questo ministro, e fa e disfà per conto proprio e per conto del suo duce. E ci sono, infine, i clienti da compensare, i pretoriani trapanesi da favorire, i seguaci politici da compiacere, i lodatori e gli apologeti da ricambiare. Tutti quelli che l'hanno aiutato nell'ascensione, tutti coloro che gli hanno dato il loro voto, il loro appoggio, il loro


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incoraggiamento, attendono ora, dopo la vittoria, la loro parte. E Nasi, da buon vincitore, comprende la necessità della spartizione. La cosa pubblica è divenuta cosa sua: può donarla, dunque, agli amici. I generali romani dovevano dare sesterzi e terre dopo una conquista: il ministro darà cattedre e sussidii. La civiltà è trasformata, ma gli istinti rimangon gli stessi. Nunzio Nasi ha ripetuto, passo per passo, l'ascensione dell'uomo di preda, dell'uomo feudale, del capo brigante.
   L'ha ripetuta, è vero, ma in piccolo. Ecco la tristezza e la decadenza. Non solo lo scenario è cambiato ma anche la proporzione. Nasi non è stato il tiranno ma il tirannello, non il vassallo ma il valvassino, non il capo-banda dei boschi ma il tagliaborse di strade. C'è un immiserimento perfino nel delitto. Dal conquistatore, il grande omicida, siamo scesi al predone, il grande ladro.
   Ora l'assassino può essere grande e nobile perchè è tragico: il terrore lo purifica, la catarsi dello spavento idealizza lo strangolatore. L'assassinio è ammesso nell'epopea sotto forma di battaglia, è ammesso nella tragedia sotto forma di catastrofe. Si può mettere, perfino, come ha fatto il De Quincey, l'assassinio fra le belle arti. Ma il furto è basso, è piccolo, è comico. Il ladro è l'omiciattolo nascosto, pauroso, notturno, che si cela col suo tremito e la sua avidità. Lo troviamo nella novella, questa epopea del borghese, o magari nella commedia, ma il poeta lo sdegna, lo fugge come troppo miserabile per lui. Perfino il popolo canta e compra le storie dei grandi sanguinari ma non quelle dei grandi ladri. Achille gode indubbiamente più simpatie di Caco.
   C'è dunque nel fenomeno Nasi una prima discesa. Ma ce n'è un'altra ancora. Se il furto può in qualche modo redimersi occorre almeno che sia grandioso. La grandezza è una corona che ricopre molte bassezze. Un poeta cristiano, Giovanni Milton, ha potuto fare amare il signore del male, solo perchè l'ha fatto grande. Il grande peccato è aristocratico: Satana, il ribelle a Dio, vien salvato dalla leggenda — il piccolo ladroncello si perde nella prosa dei cronisti. Nasi non solo è stato basso in quanto ladro, ma è stato ancora più basso in quanto piccolo ladro. Dopo tanti sogni, tante aspirazioni di grandezza, tante frasi, è ridicolo vedere come sia finito il frutto della sua conquista. Sussidii di cento franchi a stiratrici, a giornalisti, a elettori — posti di usciere; acquisti di vasi da notte e di campanelli elettrici a spese dello Stato, ruberie sui francobolli, sui conti degli alberghi e miserie simili. Manca in tutto questo la maestà, la grandiosità, la fastosità, quello che si potrebbe chiamare lo stile della corruzione, il quale non scusa certo la corruzione ma la rende più sopportabile, più estetica più poetica. In fatto di delitti la misura è tutto. Chi ruba quattro zolle è un malfattore, chi ruba due provincie è un eroe. Lo stesso è per il denaro.
   Qual discesa dal grande affare di Panama al Panamino della Banca Romana, da Lesseps a Crispi, e, dopo, da Crispi a Giolitti e da Giolitti a Nasi! Un precipizio addirittura! Crispi è ancora il grande uomo il quale si serve dei denari dello Stato perché sente di essere, se non tutto lo Stato, almeno una gran parte dello Stato. Non fa il ministro solo per aver del denaro, ma anche per governare, per fare della politica religiosa o della politica coloniale. Nasi è bensì della stessa famiglia, dello stesso paese, ma in piccolo, in miniatura, in parodia.
   Sembra un cuoco il quale sottrae dieci soldi sulla spesa, dinanzi al grande avventuriero che fa i colpi di milioni. É il furto servile dopo il furto principesco — la rapina domestica dopo la rapina mondiale. Nasi ha rubato come una serva facendo una politica da serva. Capriccioso, ignorante, instabile, non ha lasciato niente di suo dietro sè, neppure quel regolamento universitario che il suo successore s'è affrettato a seppellire. La sua attività s'è esplicata in circolari che ha dovuto smentire e in discorsi che s'è fatti scrivere. La sua megalomania non s'è slanciata al di fuori della patria come quella di Crispi, ma s'è ristretta, quasi, alle mura della sua villa di Trapani.
   E mentre il vecchio dittatore è morto dopo una strage, fra l'odio o l'oblio della folla, in un'agonia triste ma pur sempre tragica e grande, quest'altro finisce pulcinellescamente con una fuga in automobile e un processo in contumacia.
   È passata la megalomania e se ne rallegrano, ma è tornata la micromania e non se ne accorgono.
   Non se ne sono accorti questi bravi e poveri italiani che per lunghi giorni hanno subìto nelle colonne dei loro giornali bene informati le liste dei piccoli sussidi, dei posti di bidello, dei viaggi misteriosi, dei vasi di Ginori e delle macchine da caffè. Non se ne sono accorti mentre seguivano le ricerche affannose dei Cinque, le passeggiate di Nasi, le confessioni degli scultori e dei pittori, dei nemici e degli amici del ministro caduto.
   Non si sono accorti quanto sia terribile lo spettacolo di questo popolo di trentatrè milioni di abitanti tutto occupato delle peripezie di una cassa di cocci, convertito in una comare taccagna che sta facendo i conti alla cuoca, a proposito di cinque centesimi non giustificati. Non si sommo accorti, questi piccoli italiani, che quando una nazione, che avrebbe da rifarsi dentro e da espandersi fuori, tien dietro con tanto scrupolo e tanta passione ai piccoli ladrocini di un piccolo ministro, significa che questa nazione è piccola e degna dei piccoli uomini che la governano o pretendono governarla. Mentre si stanno disputando i destini d'Asia e d'Europa, l'Italia, vecchia zittella meticolosa si sta occupando dei destini di un gesso pompeiano o di una macchina da scrivere.
   Piccolezza e miseria dunque, e in alto e in basso, piccolezza di uomini e di cose, piccolezza di duci, di seguaci e di spettatori - miseria di casse, miseria di cuori, miseria di sogni.
   Il caso Nasi, ho detto, è una spia che ci dà assai cattive notizie. Ma non bisogna rifuggirne. Se l'Italia s'ha da rifare, e deve rifarsi a tutti i costi, io credo piuttosto alla virtù della frusta che non a quella della rettorica.


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